È tempo di domande per le 150 ore

Entro il 15 novembre

Secondo il Contratto Integrativo Regionale del 15 novembre 2011 può usufruire dei permessi per il diritto allo studio:

  • il personale con incarico a tempo indeterminato;
  • il personale con contratto a tempo determinato
    fino al termine dell’anno scolastico (31 agosto 2014);
  • il personale con contratto a tempo determinato
    fino al termine dell’attività didattica (30 giugno 2014).

Le tipologie dei corsi che possono dare adito alla fruizione dei permessi sono quelle individuate all’art. 7, comma 1, del CIR del 15 novembre 2011. È opportuno ricordare che gli aspiranti devono essere iscritti ai corsi all’atto della presentazione della domanda e che la certificazione relativa alla loro frequenza e agli esami sostenuti va presentata al dirigente scolastico della sede di servizio subito dopo la fruizione del permesso e comunque entro 30 giorni.

La domanda va presentata alla scuola di servizio entro il 15 novembre, mentre l’esito sarà presumibilmente comunicato entro la fine dell’anno. I permessi, concessi in base alla durata dell’incarico o supplenza e proporzionali al numero delle ore settimanali di servizio, si riferiscono all’anno solare 2014.

Manifestazione a Roma lunedì 28

Tanti e gravi
i motivi del malcontento

Lo Snals-Confsal ha indetto, insieme con Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola e Gilda, una manifestazione nazionale per esprimere netto dissenso sulla politica governativa in merito alla scuola e per avanzare le proprie richieste: sblocco del contratto, corresponsione degli scatti di anzianità e soluzione, una volta per tutte, del problema del precariato scolastico. Dopo 8 miliardi di tagli, il recente decreto 104 risulta inconcludente (400 milioni mal distribuiti e senza nessun investimento sul personale) e offensivo. Inoltre, la legge di stabilità colpisce i lavoratori della scuola in modo speciale. Infatti, la loro retribuzione non solo viene immiserita dal blocco prorogato del contratto, come avviene per tutti gli altri comparti del pubblico impiego, ma viene addirittura decurtata dal blocco degli scatti di
anzianità, che nella scuola non sono accessori, ma parte integrante della retribuzione fondamentale.

Per la scuola? Solo chiacchiere!

La speciale attenzione alla scuola promessa dal governo ha avuto un esito tristemente paradossale: una doppia penalizzazione. Si tratta di un vero scippo su base legislativa. A questo si aggiunge la manifesta volontà del governo di non risolvere la distinzione tra organico di diritto e organico di fatto (centinaia di migliaia di precari) che penalizza la scuola italiana. Sarebbe un passo di civiltà e di correttezza che, tra l’altro, avverrebbe con invarianza di spesa, senza nessun costo aggiuntivo. Perché, questo è il paradosso, il precariato non solo pesa sulla qualità della scuola, ma costa di più del personale stabilizzato. Per il segretario generale Marco Paolo Nigi: “Ci troviamo di fronte ad una sostanziale disattenzione della classe politica verso i reali problemi della scuola, dei giovani e del Paese, a una presa in giro di cui hanno responsabilità tutti i partiti e una parte degli apparati dello Stato. A questo punto dobbiamo dire che il declino cui assistiamo è voluto e non casuale. La
mobilitazione è già stata dichiarata e non escludiamo lo sciopero”.

L’Europa critica l’Italia per come “usa e getta” i precari della scuola

Osservazioni negative dell’UE

Ora anche l’Europa scende in campo per chiedere all’Italia di stabilizzare i precari della scuola.

Lo fa, per il momento, con delle “osservazioni” della Commissione della UE inviate alla Corte di Giustizia europea. Le osservazioni sono la risposta a quattro ricorsi pendenti al Tribunale del Lavoro di Napoli, che ha sollevato la questione in ambito comunitario: sotto tiro è la legge 106 del 2011, che sarebbe in contrasto con la direttiva europea 70 del 1999, indicazioni che due anni dopo sono state recepite anche dall’Italia.

La legge 106 discrimina i precari della scuola, escludendoli dai requisiti di stabilizzazione validi per le altre categorie di lavoratori. Trentasei mesi di lavoro dovrebbero essere sufficienti, anche per gli insegnanti, a diventare di ruolo. Ma questa legge sostiene che quello che è valido in quasi tutto il resto del mondo del lavoro non può essere applicato agli insegnanti e al personale Ata
(gli ausiliari e gli amministrativi del mondo della scuola).

Spetta alla Corte di Giustizia decidere se 1’Italia ha violato una direttiva comunitaria, ma è altamente
improbabile che, soppesando deduzioni e controdeduzioni, si possa dar ragione a Roma e torto all’Europa.